taki off

the biggest little restaurant in Rome

Resto affascinato e mi lascio prendere da quelle forme d’espressione che il più delle volte sentiamo chiamare “Arte”.

Vedere, incamerare e poi cercare di condividere; mettere quello che si ha dentro [aspetto di poesia], nei piatti. Arrivare a sentire un’armonia, una sorta di eleganza come correttezza di sapori, combinazioni, il tutto per avere una sensazione di pace.

Tradurre strutture, tecniche, materie e condirle di umanità, sentimenti e passioni, avere un piatto che contempli il tutto e commuoversi a vedere il piacere che si prova nel gustarli.

La cucina è il prodotto finale, il condimento la cottura, il ritmo della regolarità e dell’equilibrio.

Immaginare, pensare, promuovere, disegnare, aspettare che l’impulso agisca e stringa la mano a chi collabora con me facendolo partecipe di emozioni dando vita al concetto di squadra.

Avere la voglia di prendersi dei rischi, magari giocando con cinque ingredienti diversi che avranno cotture diverse e sapori diversi, tutto per sentire l’adrenalina del limite dell’equilibrio, dell’armonia, perché il rischio è dare vita al cucinare, è cercare “l’essere buono” quindi il vivere il lavoro come passione, come divenir essere, divenir altro, divenir niente.